Questa mostra, organizzata con mezzi artigianali, è la prima della Associazione MGC di Chieti, ancora in fieri.
Ma le poche tracce di essa indicano bene ciò che sarebbe diventata.
La
premessa indispensabile per una lettura corretta della Rassegna “Segno,
colore, gesto per dirsi” è già contenuta nella descrizione che Van Gogh
fa del suo stato d’animo: “La creatività in ciascun essere umano è
latente, ma non per questo meno presente. Deve solo trovare la via per
venire alla luce e prendere la sua strada”. Come? C’è bisogno di un
allenamento alla creatività; importante sia per chi vuol produrre sia
per chi vuole fruire dell’opera d’arte.In
questa Rassegna sono presenti esperienze creative di livello
differenziato a seconda che “l’allenamento riguardi la composizione (1°
livello), le tecniche pittoriche (2° livello), la stilistica (3° e 4°
livello).
L’allenamento
alla creatività si compie prima di tutto attraverso la scoperta che i
segni sono un supporto necessario al pensiero; poi con la consapevolezza
che vi sono segni personali legati agli schemi individuali; quindi la
progettualità come organizzazione ad hoc dei segni secondo un atto
creativo. Queste fasi abbisognano di una serie di approfondimenti e di
esercizi graduali per rendere semplice l’uso degli strumenti e dei
materiali, per una crescente libertà gestuale e per tentare di
focalizzare i propri mezzi espressivi. Tale processo ha anche bisogno di
una coscienza critica educata alla lettura dell’opera d’arte per
riconoscere i motivi e le necessità strutturali.
Wassily
Kandinsky nel suo “Spirituale nell'Arte”, già nel 1912, invitava a
riflettere sugli elementi che costruiscono il quadro, avvertendo che “lo
spettatore è anche troppo abituato a cercare un senso cioè un rapporto
esteriore fra le parti del quadro” e quindi cercandovi tutto il
possibile: imitazione della natura, la psicologia dell’artista,
l’anatomia, la prospettiva, l’atmosfera esteriore, ecc, non lascia che
il quadro agisca su di lui coinvolgendolo nella sua necessità interiore.
Kandinsky
continua, mettendoci in guardia sul pericolo di restare accecati dai
mezzi esteriori tanto da non vedere che cosa tali mezzi sanno creare.
E’
su questi mezzi che si indaga nell'atelier. Si prova ad accordare
strutturalmente materiali e tecniche esecutive; si scopre l’importanza
dei pesi visivi nella composizione, si tenta la via di un primissimo
stile personale.
La necessità
di conoscere l’opera d’arte visiva dal suo interno spinse artisti come
Leonardo e Klee a riflettere non solo sull'oggetto dell’arte, ma sul
modo di riprodursi; non sulla forma come valore né varietur, ma la
formazione come processo.
L’atteggiamento
che ci viene suggerito da tante autorevoli voci è quello di aprirci al
linguaggio proprio dell’arte accettando di conoscerne le caratteristiche
e le interconnessioni, in una parola entrare nella “verità”
dell’immagine secondo un’accezione squisitamente creativa e percettiva.
Se non si è disposti ad assumere una posizione di autonomia creativa sia
nel fruire sia nel produrre l’immagine il rischio è, come dice Arnheim
“che il concetto si scinda dalla percezione”.
Così
i nostri occhi vengono a ridursi a mero strumento per misurare ed
identificare favorendo la scarsità di idee nelle immagini e l’incapacità
di ravvisare il significato interiore di ciò che vediamo.
La
rassegna mostra come si possa risvegliare in ciascuno la capacità
assopita di comprendere attraverso gli occhi, allenandosi con l’uso
della matita, del carbone, del gessetto e del pennello, creando
situazioni ottico-percettive idonee a sollecitare una risposta
percettivo-strutturale.
La
via della rieducazione dell’occhio passa attraverso l’esercizio
dell’osservare. Osservazione che indaga la “verità” delle forme
nell'essenza e non nell'apparenza, che impara a riconoscere causa ed
effetto di un evento percettivo, che si apre alle immagini valutandone i
segni.
L’esperienza
percettiva, prima di ricevere un nome, necessita di essere codificata
sulla base dell’analisi percettiva, poiché l’analisi verbale potrebbe
paralizzare la comprensione intuitiva.
Per
questo durante il corso di composizione sono stati fatti esperimenti
creativi mirati a sollecitare l’atto del guardare come indagine
conoscitiva dei segni che strutturano le immagini.
Mentre
per il colore si è fatto ricorso ad un esercizio visivo atto alla
valutazione delle qualità tonali, intese come livelli di luminosità,
contrasti di equilibrio fra masse cromatiche, problemi percettivi della
materia coloristica a seconda delle tecniche di stesura.
Sia
la storia passata sia le esperienze presenti forniscono molti esempi di
quanto possono essere distruttive formule e ricette aprioristiche.
Dovremo allora eliminare dal settore delle arti una qualche facoltà mentale?
Un’orgia
di auto espressione non è più produttiva di una cieca obbedienza alle
regole. Se un’incessante autoanalisi sarà dannosa, altrettanto lo sarà
il primitivismo artificioso dell’uomo che si rifiuta di sapere come e
perché agisce.
Arnheim, psicologo ed esteta, sinceramente innamorato dell’arte, indica una strada: quella della psicologia percettiva.
Una
retta storia dell’arte, anche se il suo linguaggio deve essere diversi
dal lessico quotidiano di pittori e scultori, deve sapere di atelier. Il
primo compito è nell'individuare i meccanismi percettivi che sottendono
i fatti percettivi attraverso la descrizione di ciò che vediamo.
Questa
disciplina psicologica fa capo alla “Teoria della Gestalt”, la quale si
occupa della configurazione e della forma. La Gestalt indica le
svariate qualità mentali che producono la funzionalità del pensiero
visivo. Ogni percezione è anche pensiero, ogni ragionamento è anche
intuizione, ogni osservazione è anche invenzione.
Riconoscendo
corretta una tale veduta non si può considerare il processo artistico,
sia nella teoria sia nella pratica, come chiuso in se stesso e
misteriosamente ispirato dall'alto, non relazionabile con le altre
attività umane.
Per
contro la forma “esaltata” di vedere che conduce alla creazione delle
grandi opere d’arte è frutto di un’incessante, umile e consuetudinaria
attività impiegata dagli occhi nella vita di ogni giorno.
Le opere di questa Rassegna sono il risultato di un lavoro di laboratorio e d’officina svolto nell'atelier.
Lavoro
compiuto per allenare la propria creatività, scoperta attraverso il
linguaggio proprio dell’immagine. Linguaggio che presume la conoscenza e
l’apprendimento delle sue peculiarità, le quali passano come abbiamo
ricordato citando nomi autorevoli di artisti, critici, psicologi e
studiosi, attraverso l’esperienza pratica dell’arte, a prescindere da
risultati produttivi di valore estetico codificato.
Gabriella Capodiferro
GLI ARTISTI
Composizione
La
scoperta del segno, sia esso lasciato dalla matita, dal carbone o dal
gessetto, è stata occasione di riflessione sulle possibilità espressive
degli elementi strutturali e costruttivi dell’immagine.
Ciò
ha permesso di cominciare a valutare l’importanza degli elementi
costituenti l’immagine in relazione alla propria capacità creativa. La
riflessione conoscitiva sulla forma, sullo spazio e sul movimento sono
state occasione di sperimentazioni libere ed autonome e di verifiche di
critica estetica per tutti i componenti del gruppo.
Gemmina Alfonso,
dando valore preminente al volume ed al chiaroscuro raggiunge con i
suoi oggetti quella rarefazione dello spazio, in bilico tra dimensione e
profondità, che suscitano l’emozione di una astrazione arcaica
vagamente metafisica.
Fernanda Colangeli,
affascinata dal movimento come andamento direzionale e coinvolgimento
spaziale ha puntato sulla sperimentazione dei vari materiali per una
verifica del linguaggio della linea e del chiaroscuro.
Isa Conti,
la materia, intesa come possibilità di suggerire soluzioni spaziali si
sottomette all'andamento di una linea che scopre le sue possibilità di
variabile chiaroscurale.e di creazione di forme e di spazio.
Francesco D’Amario,
lo spazio come tridimensione o come suggerimento di avanti-dietro, nel
rapporto figura-sfondo, è l’elemento primo su cui ha indagato. La
ricerca è passata attraverso il movimento spazio-tempo, la gestualità
segnica e la sequenza degli interni.
Rinaldo Felizzi,
lo spazio e la figura umana in movimento sono il motivo conduttore di
una sperimentazione che scopre protagonista il segno. Un segno dinamico,
ma anche contemplativo e musicale capace di farsi anche colore e
chiaroscuro.
Anna Maria Marino,
la linea come possibilità espressiva e come evocazione di forme quando
si fa fascia e superficie, è il riferimento maggiore della sua indagine.
Tramite la linea e la superficie giunge a sperimentare lo spazio
bidimensionale e un chiaroscuro onirico.
Silva Orlandi,
il segno come traccia di se viene indagato nella valenza costruttiva
della forma e nella espressività materica. La gestualità liberamente
creativa esprime memorie e annotazioni dal vero di una certa incisività.
Andrea Proietto,
lo spazio come luogo di transito e luogo del tempo è alla base della
sua sperimentazione. Mentre la linea viene vissuta come tramite
descrittivo, il chiaroscuro materico esalta la tensione
spazio-temporale, si arricchisce di valenze emozionali
espressionistiche.
Fiorella Tenerelli,
la linea sottile e musicale della matita nella polifonia le serve per
sperimentare forme fantastiche, mentre il carboncino e il chiaroscuro la
guidano ad una visione plastica di una certa suggestione
spaziale.evocatrice.
Sara Trulli,
la materia, il chiaroscuro, la forma sono i tre elementi che alimentano
la sua creatività. Così più che la condizione strutturale si evidenzia
l’emozione di luoghi e memorie. Il segno inventa trame sottili in
desinenze musicali.
Tecniche Pittoriche
Il
colore è il segno dell’espressività e del soggettivo, fascinoso per
l’esecutore ed accattivante per il fruitore, ma anche per niente
conosciuto nella sua intima natura strutturale. Questo pilastro della
pittura e della decorazione è conosciuto solo in superficie nella sua
valenza di piacevolezza e di emotività.
Il
gruppo di lavoro è andato via via scoprendo la sua vera natura. Prima
attraverso la teoria: mescolanze-contrasti-disco cromatico; poi
sperimentando in pratica le caratteristiche dei materiali che lo
producono e le possibilità espressive insite nelle varie tecniche
esecutive.
La
attività di laboratorio ha visto impegnati i componenti del gruppo sia
sul piano della gestualità che sul piano della lettura critica.
Fabrizia Basile,
la conoscenza della tempera, ma soprattutto dell’acrilico le hanno
permesso una gestualità variabile che va dalla campitura piana all'uso
del pennello nelle graniture, fino all’arricchimento della spatola e del
collages e frottages. Mentre l’acquisizione della conoscenza teorica
del colore l’hanno spinta a rielaborare in temi cromatici personali
opere di Klee, Gaguin e Braque, successivamente sperimenta una prima
libera interpretazione del vero in accezione fantastica.
Paola Santilli,
formalmente legata a precedenti modelli pittorici ha accettato di
misurarsi con la realtà strutturale del colore che da solo può diventare
forma, volume, spazio. E ha sperimentato la qualità materica attraverso
l’acrilico e la tempera a colla, acquistando mano a mano scioltezza di
stesura ed efficacia di segno fino all'invenzione creativa.
Esterina De Vincentiis,
la conoscenza della teoria del colore e delle possibilità di
interrelazione dei colori del disco cromatico hanno stimolato in lei una
risposta creativa inaspettatamente felice. Accordi cromatici inconsueti
e suggestivi, gestualità via via più franca l’hanno portata a
cimentarsi con i diversi strumenti tecnici scoprendone le peculiarità.
Lory Morsillo,
l’atteggiamento speculativo della sua ricerca l’ha portata verso
soluzioni di grande essenzialità sia formale che cromatica. Ha scoperto
le qualità espressive del colore, ma anche la possibilità di dominarne
la prorompenza tramite un sottile gioco di superfici solcate da eventi
“accidentali” o da una serie di “nuance” di suggestione informale.
Antonio Di Meo,
l’esperienza del colore come forza espressiva è stata la molla per
aprirsi all'invenzione di proprie forme-oggetto. La teoria del colore
gli ha aperto le porte ad accordi cromatici brillanti e vividi, sempre
alla ricerca del rapporto spaziale sia come l’uno-due della
figura-sfondo sia come rapporto luce-ombra.
Stilistica
In
questo ambito sono presenti esperienze di due livelli; uno ancora
legato ad una progettualità generale per temi omogenei, l’altro puntando
ad un unico elemento strutturale per sondarne il più possibile le
implicazioni percettive ed espressive.
Entrambi
i livelli hanno affrontato il duro lavoro di un processo di
identificazione, alla ricerca di una espressione personale il più
possibile caratterizzante e riconoscibile come stile individuale. Ognuno
ha cercato di indirizzare le esperienze dei corsi precedenti verso
composizioni libere, frutto della propria fantasia o rielaborazione
personale di opere di grandi maestri. Questo momento segna l’ingresso ad
un approccio con l’opera più soggettivo ma anche più consapevole e
quindi capace di individuare con maggiore “oggettività” le mete
estetiche personali, ma soprattutto saper leggere le opere proprie e
degli altri con strumenti più appropriati e sicuri.
Maria Masciarelli,
ha scelto di approfondire lo stile impressionista prima leggendone la
partitura tecnico-esecutiva, poi la stratificazione cromatica e gli
impasti coloristici, quindi la reinvenzione degli autori prediletti
quali: Sisley e Monet. Ne ha guadagnato una sua personale sicurezza
segnica ed una percezione dello spazio-colore che le ha permesso di
variare suggestivamente i temi cromatici delle sue composizioni,
facendola giungere ad esiti abbastanza convincenti.
Janna Martzoukou,
una scelta, la sua, molto coraggiosa. Ha abbandonato momentaneamente
la sua consueta ricerca sulla forma alla quale sottometteva colore,
linea e spazio, iniziando un lavoro sulla materia coloristica e sui suoi
mezzi espressivi. Il mezzo espressivo è stato sempre lo stesso: il
pastello. Ma i risultati estetici sono stati vari e di grande
suggestione emozionale. Il pastello si è fatto segno ed intreccio,
superficie vibrante, sfumatura evanescente ed evocativa, ma il gesto
sempre più sapiente ha saputo ubbidire alla percezione del colore quale
indispensabile veicolo di atmosfere e di espressività.
Angelo Spadaccini,
ancora una scelta volutamente aperta all'indagine conoscitiva della
struttura del colore come forma-spazio. Colore che crea suggerendo, o
che costruisce nitidamente il suo rapporto con la forma. Gestualità e
materia sono intesi come un tutto unico con lo strumento usato per le
stesure (pennello o spatola) e conseguentemente con il rappresentato.
Così la reinvenzione da opere del post-impressionismo passa attraverso
una rielaborazione personale dell’immagine realizzata soprattutto con
una gestualità sempre più autonoma e libera.
Alfonso Camplone,
la sua proposta tematica nasce da una esplorazione progettuale
all'interno di una immagine per lui inconsueta: il burattino. La
costruzione metodica di un racconto sequenziale lo ha portato
all'approfondimento delle proprie capacità creative e delle possibilità
di reinvenzione compositiva sia del soggetto che dei temi cromatici. Ne
è nata una sperimentazione ricca di spunti stilistici e di percorsi
figurativi originali e suggestivi.
Giuseppe D’Antuono,
la materia e il colore sono per lui occasione di creatività libera e
aliena da formalismi compositivi. La materia è vissuta come gestualità
strutturata badando al segno e alla traccia del suo farsi. Il colore
risponde a bisogni compositivi basati su riferimenti per lo più chiari
ed evidenti al disco cromatico nelle molteplici possibilità degli
accostamenti tonali. Materia, colore e gesto imprimono alla composizione
andamenti a volte fortemente dinamici ed evocativi
Maurizia Iezzi,
il segno e la materia si combattono e si oppongono, ma anche
colloquiano e si armonizzano creando situazioni compositive strutturate
per accogliere ed esaltare il duetto contrappuntistico. Il segno sia
esso a carbone, matita o inchiostro crea immagini figurali ora
violentemente presenti e invadenti ora minuscole quasi a evocare antiche
scritture. La materia sempre vibrante, ricca di assonanze tonali
comunque sobrie ed essenziali, esalta i climi delle piccole
composizioni.
Serenella Mauro,
verifica un tema compositivo di storica memoria, la natura morta.
Ciò la spinge a rivedere i moduli del proprio fare. Abbandonata la
tecnica dell’acquerello riscopre l’acrilico come via ad una libertà
gestuale che le permette l’individuazione più rigorosa della
composizione. Le forme abbandonano il senso dell’annotazione realistica
per spostarsi sul piano della stilizzazione e della invenzione spaziale.
Un lavoro di ricerca serio che ha previsto lo studio di Morandi, ma
anche non ha trascurato l’invenzione di temi cromatici.
Nicoletta Testa,
gioco di superfici e di colori, rigore geometrico e matericità:
equazioni difficilmente accordabili fuori di una ricerca compositiva
rigorosa e costante. Progettualità e libertà creativa la portano a
costruire delle immagini stimolanti ed armoniche. Ricche di
sovrapposizioni materiche che suggeriscono lo spazio senza mai
interferire o violentare il valore bidimensionale della composizione.
Astrazione geometrica e spazialità percettiva interagiscono sempre in
modo equilibrato per lasciare al fruitore la libertà di interagire con
l’opera.
Angela Todeschini,
la materia, brulicante di segni, colore, collages, crea a volte
magiche presenze sia di oggetti che di forme. Queste si muovono senza
posa sulla superficie del quadro. La composizione si avvale di una
distribuzione delle parti volutamente precaria, quasi a voler creare una
situazione di inquietante surrealtà. I temi cromatici oscillano da
situazioni di cromie espressionistiche a momenti di sobria annotazione
monocroma. Tutto si fa movimento.
